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	<title>Odio Facebook &#187; Segnalazioni</title>
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	<description>Solo un altro blog targato WordPress</description>
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		<title>SOCIAL NETWORK NEL MIRINO DI AGENZIE PUBBLICITARIE</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 10:31:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fonte: ANSA
ROMA &#8211; Twitter apre le porte alla pubblicità, Wikipedia ci sta pensando e Facebook è già a buon punto. Il mondo degli inserzionisti e quello dei social network si stanno incontrando per trovare sistemi sempre più personalizzati per recapitare ai consumatori pubblicità su misura ma forse anche trovare nuove fonti di guadagno da Internet, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fonte: </strong><a href="http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_1651810294.html" target="_blank"><strong>ANSA</strong></a></p>
<p>ROMA &#8211; Twitter apre le porte alla pubblicità, Wikipedia ci sta pensando e Facebook è già a buon punto. Il mondo degli inserzionisti e quello dei social network si stanno incontrando per trovare sistemi sempre più personalizzati per recapitare ai consumatori pubblicità su misura ma forse anche trovare nuove fonti di guadagno da Internet, necessità che per l&#8217;editoria è stata ampiamente sollevata da Rupert Murdoch.</p>
<p>Twitter ha cambiato le sue regole, appena quattro mesi dopo aver detto un primo no, per consentire l&#8217;ingresso delle inserzioni pubblicitarie nel social network di microblogging che conta 45 milioni di iscritti in tutto il mondo. Un segnale concreto dell&#8217;interesse &#8211; reciproco &#8211; del settore per la pubblicità, che in questo contesto si può avvalere degli strumenti tipici del social network e delle nuove funzioni di localizzazione geografica di utenti e servizi, anche grazie al crescente accesso via cellulare. In questo senso vanno sicuramente i recenti accordi di Facebook, che conta 250 milioni di utenti, 65 dei quali via telefonino, con Nokia per servizi che comprendono, appunto, anche la &#8216;geolocalizzazione&#8217;.</p>
<p><span id="more-537"></span>L&#8217;interesse per la pubblicità non viene escluso nemmeno dall&#8217;altro grande pilastro del Web 2.0, Wikipedia. &#8220;Pubblicità su Wikipedia? E&#8217; una possibilità. Non la escluderei del tutto, anche se nessuno qui pensa che sia una buona idea&#8221;, ha detto martedì Jimmy Wales, uno dei fondatori dell&#8217;enciclopedia più nota del web. &#8220;La rete sociale è uno strumento di marketing estremamente efficace. Avere un molti amici, infatti, equivale ad avere un gruppo piuttosto omogeneo di persone presso cui promuovere qualsiasi prodotto&#8221;, sostiene Leon Hill, amministratore delegato della uSocial, società pubblicitaria che vende &#8216;amici&#8217; su Twitter e Facebook a prezzi &#8216;abbordabili&#8217; (poco più di mille dollari ogni diecimila nomi).</p>
<p>Su &#8216;Facebook&#8217; questo servizio sarà attivo dal 16 settembre, anche se il primo social network del mondo ha già fatto sapere che chi viene scoperto ad acquistare &#8216;amici&#8217;, per scopi pubblicitari o d&#8217;altro tipo, rischia l&#8217;espulsione. Su Twitter invece il servizio funziona già e potrebbe essere il primo di una serie. E presto arriveranno anche le funzioni di geolocalizzazione. Intanto però uno studio ha accertato che in media il 30% dei messaggini nei microblog già contiene riferimenti a marchi e prodotti commerciali. Il &#8216;micro&#8217; social network, secondo i risultati dello studio condotto da due docenti dell&#8217;Università della Pennsylvania, è infatti diventato un passaparola in cui gli iscritti tendono a &#8216;micro-bloggare&#8217; in particolare suggerimenti e impressioni su prodotti o servizi disponibili sul mercato. Twitter ha addirittura tre motori di ricerca per &#8216;misurare&#8217; queste opinioni, l&#8217;ultimo dei quali, &#8216;Tweetfeel&#8217;, ha esordito alla fine di luglio. Con &#8216;Tweetfeel&#8217;, &#8216;Twendz&#8217; e &#8216;Twitrratr&#8217; è possibile individuare opinioni, pensieri e stati d&#8217;animo dei miroblogger su un particolare tema, un prodotto, un film, un libro o un fatto di cronaca. Servizi simili sarebbero allo studio anche per Facebook e per altri social network.</p>
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		<title>&#8220;Esportiamo cessi, importiamo bonazzi&#8221;</title>
		<link>http://www.odiofacebook.net/degenerazione/07-08-2009/esportiamo-cessi-importiamo-bonazzi.html</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 13:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>odiofacebook</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo dall&#8217;admin di Unbruttoblog questa incredibile iniziativa, ovviamente su Facebook:
Questo gruppo nasce con lo scopo di risollevare l&#8217;economia italiana affiancandosi al gruppo &#8220;ESPORTIAMO CESSI,IMPORTIAMO BONAZZE&#8221;. Come suggerisce il suddetto gruppo,l&#8217;idea è semplice:lo stato deve cedere i ragazzi italiani più brutti ai paesi esteri ed in cambio importare le migliori bellezze europee e non. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo dall&#8217;admin di <a href="http://unbruttoblog.blogspot.com/" target="_blank">Unbruttoblog</a> questa incredibile iniziativa, ovviamente su Facebook:</p>
<blockquote><p><em>Questo gruppo nasce con lo scopo di risollevare l&#8217;economia italiana affiancandosi al gruppo &#8220;ESPORTIAMO CESSI,IMPORTIAMO BONAZZE&#8221;. Come suggerisce il suddetto gruppo,l&#8217;idea è semplice:lo stato deve cedere i ragazzi italiani più brutti ai paesi esteri ed in cambio importare le migliori bellezze europee e non. I paesi esteri potranno utilizzare i nostri &#8220;cessi&#8221; come meglio credono (cavie da laboratorio, lavori forzati ecc&#8230;) mentre noi offriamo ai &#8220;bonazzi&#8221; stranieri vitto ed alloggio nella bella Italia. Un incremento della bellezza media nel nostro paese porterà così ad un aumento del turismo e quindi ad un miglioramento globale dell&#8217;economia. Esempio classici di possibili scambi: 2 &#8220;cessi italiani&#8221; per 1 &#8221; bonazzo scandinavo&#8221;; 2 &#8220;cessi italiani&#8221; per 1 &#8221; bonazzo cubano&#8221;; 2 &#8220;cessi italiani&#8221; per 1 &#8221; bonazzo brasiliano&#8221; ecc&#8230; I paesi stranieri ci guadagnano poichè posseggono la materia prima in maggiori quantità rispetto all&#8217;Italia, mentre il nostro caro paese si ripulisce dall&#8217;immondizia ed incrementa il turismo! In più non dobbiamo sottovalutare il fattore genetico: Se l&#8217;Italia sarà popolata da bonazzi stranieri ,noi saremo invogliate a darla più facilmente. In aggiunta per una semplicissima legge della genetica (chiedete a Mendel per maggiori info) la razza italiana andrà a migliorare esteticamente generazione per generazione sempre di più fino a raggiungere (e superare) gli standard di paesi come la Svezia, il Brasile, la Germania ecc&#8230;<br />
Esportiamo cessi Importiamo bonazzi significa migliorare la nostra qualità della vita.<br />
Più di 5000 RAGAZZI hanno aderito al gruppo &#8220;ESPORTIAMO CESSI,IMPORTIAMO BONAZZE&#8221;, quindi DONNE! risvegliate il patriottismo che è in voi e ADERITE E FATE ADERIRE TUTTE!!!!!!</em></p>
<p>09/12/2008 Nasce il gruppo<br />
10/12/2008 Raggiunta quota 100<br />
25/01/2009 Raggiunta quota 1000<br />
03/02/2009 Raggiunta quota 2000<br />
05/05/2009 Raggiunta quota 3000</p></blockquote>
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		<title>Facebook? Adesso punta sull&#8217;e-commerce</title>
		<link>http://www.odiofacebook.net/segnalazioni/06-08-2009/facebook-adesso-punta-sulle-commerce.html</link>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 13:59:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>odiofacebook</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: AFFARITALIANI.it
Fare di Facebook un business? E&#8217; questo il tarlo del suo fondatore, Mark Zuckerberg, che ora pensa all&#8217;e-commerce. Nonostante abbia inventato il social network di maggior successo del mondo, Zuckerberg infatti ancora non ha trovato il modo di monetizzare appieno la sua creatura, che conta oltre 250 milioni di iscritti a livello globale. Secondo il Financial Times ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fonte: <a href="http://www.affaritaliani.it/mediatech/facebook_punta_e_commerce050809.html" target="_blank">AFFARITALIANI.it</a></strong></p>
<p><strong>Fare di Facebook un business? E&#8217; questo il tarlo del suo fondatore, Mark Zuckerberg,</strong> che <strong>ora pensa all&#8217;e-commerce</strong>. Nonostante abbia inventato il social network di maggior successo del mondo, Zuckerberg infatti ancora non ha trovato il modo di <strong>monetizzare appieno la sua creatura</strong>, che conta oltre 250 milioni di iscritti a livello globale. Secondo il Financial Times ora potrebbe il momento della svolta: in breve tempo Facebook potrebbe emergere come uno dei big dello shopping online.</p>
<p><span id="more-466"></span><strong>La prima mossa è stata quella di consentire a 1-800 Flowers,</strong> un grande fioraio Usa, di aprire un sito sulla piattaforma Facebook dove è possibile acquistare e inviare fiori. L&#8217;obiettivo del social network, secondo quanto rivela al FT Wade Gerten, amministratore delegato di Alvenda, la società di software che ha costruito lo storefront di 1-800 Flowers su Facebook, è quello di <strong>aprire altri 20 negozi online di questo tipo nei prossimi due mesi</strong>. Gli storefront potrebbero essere il primo passo per trasformare Facebook in un sito di shopping online, anche se il social network non ha ancora deciso di organizzarsi in un cebtro commerciale online. Attualmente sono due i gruppi che dispongono di limitate funzioni di e-commerce su Facebook: i grandi magazzini Sears e il negozio di T-shirt Threadless. Facebook consente ai suoi iscritti di usare le proprie carte di credito per iniziare l&#8217;acquisto con queste due ditte, ma per completare la transazione, gli utenti devono poi andare sui siti dei due gruppi.</p>
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		<title>Amici di Facebook, ma anche no…</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 14:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>odiofacebook</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Grazia.it
I concetti, si sa, sono relativi. Specie di questi tempi. Una perla di saggezza popolare recita: &#8220;Chi trova un amico trova un tesoro&#8221;. Evidentemente chi l&#8217;ha coniata non conosceva facebook. Ora l&#8217;amicizia è ben lungi dall&#8217;essere preziosa e speciale, ma sta tutta dentro un click. Basta una lieve pressione sul tasto sinistro del mouse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: <a href="http://grazia.blog.it/2009/03/09/amici-di-facebook-ma-anche-no/" target="_blank">Grazia.it</a></p>
<p>I concetti, si sa, sono relativi. Specie di questi tempi. Una perla di saggezza popolare recita: &#8220;Chi trova un amico trova un tesoro&#8221;. Evidentemente chi l&#8217;ha coniata non conosceva facebook. Ora l&#8217;amicizia è ben lungi dall&#8217;essere preziosa e speciale, ma sta tutta dentro un click. Basta una lieve pressione sul tasto sinistro del mouse e voilà: <em>Giorgia e Pincopallo sono diventati amici</em>. Senza sforzo. Facile facile.</p>
<p>Ecco che allora in un battibaleno ti ritrovi in casa un esercito di amici virtuali che si mescolano, in rigoroso ordine alfabetico, agli amici reali. Non c&#8217;è modo di separarli. Non si distinguono più. Di conseguenza, l&#8217;inestimabile definizione di amicizia dei tempi andati si ridimensiona, amalgamando e livellando i nomi e le corrispettive immagini-formato-fototessera in un&#8217;unica lunga lista.<br />
Ma questo è il terzo millennio. Ci sono nuove regole di convivenza e occorre rispettarle. Nel momento in cui decidi di aprire un tuo profilo su facebook, devi anche mettere in conto una certa percentuale di richieste di amicizia provenienti da perfetti sconosciuti. E forse questo non è nemmeno l&#8217;aspetto peggiore&#8230;</p>
<p><span id="more-378"></span>Che dire di quando ci si ritrova <em>faccia(libro) a faccia(libro)</em> con vecchi compagni di scuola? Noi li ricordavamo con il grembiule azzurro e la cartella sulle spalle&#8230; e ora li ritroviamo senza capelli e con due figli a carico. E che dire di quella nostra antipatica compagna delle medie che ci perseguitava nei corridoi? Adesso eccola lì&#8230; capelli freschi di piastra e sorriso smagliante, che chiede incomprensibilmente la nostra amicizia. E quel tipo enigmatico che ci scrive: &#8220;Chissirivede, ti ricordi di me?&#8221;, ma tu non hai la minima idea di chi sia e ti scervelli per giorni scartabellando tra le sue pagine nella speranza che ti si accenda una lampadina?! E chi di noi <em>facebookiani</em> non ha digitato almeno una volta, con impensabile trepidazione, nome e cognome di quella vecchia fiamma mai dimenticata?</p>
<p> </p>
<p>Ma non è tutto. Spesso e volentieri mi sono ritrovata a chiedermi: esiste un galateo del social network? Per esempio. Rifiutare l&#8217;amicizia di qualcuno che non conosciamo o di cui non ci ricordiamo, è lecito oppure viene bollato come imperdonabile maleducazione? Estromettere qualcuno dal novero delle amicizie è considerato come un affronto personale oppure una periodica (nonché necessaria) scrematura? Invitare perfetti sconosciuti a quello che dovrebbe essere un semplice aperitivo (ma che su facebook si è tramutato in <em>&#8220;evento&#8221;</em>) è sinonimo di intraprendenza oppure potenzialmente rischioso?<br />
Non v&#8217;è dubbio. Gestire tutto questo può rivelarsi piuttosto stressante. Può avere ripercussioni sulla produttività lavorativa. Può scatenare pericolose reazioni a catena ed imprevedibili effetti domino. Può creare dipendenza. Provate a pensarci. Se avete all&#8217;attivo più amici degli altri significa che siete davvero più popolari o solo che avete adottato una politica di fraternizzazione più elastica? Se trascorrete svariate ore lavorative condividendo immagini, link, note, eventi e cause, siete passibili di licenziamento oppure potete imputarlo a non meglio identificate operazioni di public relations? Se non perdete occasione per esibire nel dettaglio ogni vostra azione quotidiana significa che siete una persona molto <em>socievole</em> o che avete preso l&#8217;aggettivo <em>social</em> un po&#8217; troppo alla lettera? In sintesi: facebook è uno strumento per combattere la solitudine moderna oppure una vetrina a buon mercato per saziare l&#8217;umano narcisismo?<br />
Già. Ormai sono poche le certezze incrollabili che ci restano e ognuno prova a districarsi come meglio riesce. Io sono una grande sostenitrice di facebook&#8230; mi piace sbirciare nelle vite degli altri e lasciare che gli altri sbircino nella mia. Quel tanto che basta. Credo anche che debba esistere una parte di noi stessi da condividere solo con gli amici veri. Quelli che puoi vedere e abbracciare. Senza dover cliccare da nessuna parte. Quelli che non si limitano al tuo status, ma sanno davvero come ti senti. Perché una cosa so per certa: se <em>gli amici di facebook</em> vi conoscono tanto quanto gli amici reali&#8230; io inizierei a preoccuparmi.</p>
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		<title>Ma Facebook è poi morto?</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 19:46:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>odiofacebook</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Sara Matteodo
Fonte: LA STAMPA.it
Come si dice: l&#8217;ho visto un mese fa e stava bene.
E invece ieri sera, dopo un mesetto di letargo fisico e mentale, mi collego all&#8217;amato social network e scopro che quasi non c&#8217;è più. Nessun amico in linea, per esempio. E qua può benissimo essere il caso, io ho solo una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Sara Matteodo<br />
Fonte: </strong><a href="http://sara.blog.lastampa.it/il_mio_weblog/2009/03/ma-facebook-poi.html" target="_blank"><strong>LA STAMPA.it</strong></a></p>
<p>Come si dice: l&#8217;ho visto un mese fa e stava bene.</p>
<p>E invece ieri sera, dopo un mesetto di letargo fisico e mentale, mi collego all&#8217;amato social network e scopro che quasi non c&#8217;è più. Nessun amico in linea, per esempio. E qua può benissimo essere il caso, io ho solo una cinquantina di amici e in linea ne becco di solito cinque o sei. Ma nemmeno nessun aggiornamento sulle homepage di quelli che di solito scrivono da pazzi. Nessuno che abbia inserito elementi o pezzi nuovi (e dire che ne ho di amici grafomani, che scrivono &#8211; pure bene &#8211; anche quando non hanno niente di così fondamentale da dire al mondo). Il nulla. Manco uno che fosse diventato, chessò, &#8220;fan della Nutella&#8221; o &#8220;fan delle sigarette di Gighen&#8221;.</p>
<p><span id="more-373"></span>Ho scritto la mia frasetta per aggiornare lo stato, anche molto più stimolante di altre volte in cui ho riportato &#8220;Sara ha sonno. Zzz.&#8221; oppure  &#8220;Sara mangia i gnocchi al sugo che ha fatto con le sue mani&#8221;, ma nessuno ha commentato.</p>
<p>Guardando in alto a destra mi sono poi resa conto che avevo ben otto mail non lette e ho pensato &#8220;ah, eccoli qua, i miei amici&#8221;. E invece ho scoperto che erano tutti inviti ad unirmi a gruppi di cui non capivo non solo il senso ma nemmeno l&#8217;argomento.</p>
<p>Magari sono stato fuori troppo dal giro. Succede. Ma, mi chiedo, si trattano così gli amici quando tornano? E soprattutto, dove sono andati tutti? Dov&#8217;è il popolo di Facebook che un mese fa non poteva rinunciare a scrivere, direttamente dalla sala parto : &#8220;Cinque minuti fa è nato mio figlio, è il giorno più bello della mia vita.&#8221;</p>
<p>Per la cronaca, il mio stato di ieri era una citazione di Tagore, riportata da Fabio Volo alla radio:  &#8220;<em>Nei sentieri già tracciati io mi perdo</em>&#8220;.</p>
<p>Ora, se nessuno commenta nemmeno qui, forse ero in una specie di Truman Show e hanno spento le telecamere per mancato share.</p>
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		<title>Tiziano Ferro: &#8220;Non ho né Facebook né la televisione&#8221;</title>
		<link>http://www.odiofacebook.net/segnalazioni/03-03-2009/tiziano-ferro-non-ho-ne-facebook-ne-la-televisione.html</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 19:35:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>odiofacebook</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Quotidiano.net
Il cantante di Latina rivela a Grazia: &#8220;La mia paura più grande è sempre stata quella di perdere il contatto con il mondo reale&#8221;. La sua sola debolezza è il cibo, &#8220;una delle passioni più grandi&#8221;
Roma, 3 marzo 2009 &#8211; &#8220;In casa metto in ordine da solo perché ho bisogno di abitudini che mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fonte: <a href="http://quotidianonet.ilsole24ore.com/gossip/2009/03/03/155248-tiziano_ferro_casa_normale.shtml" target="_blank">Quotidiano.net</a></strong></p>
<p><strong>Il cantante di Latina rivela a <em>Grazia</em>: &#8220;La mia paura più grande è sempre stata quella di perdere il contatto con il mondo reale&#8221;. La sua sola debolezza è il cibo, &#8220;una delle passioni più grandi&#8221;</strong></p>
<p>Roma, 3 marzo 2009 &#8211; &#8220;<strong>In casa metto in ordine </strong>da solo perché ho bisogno di abitudini che mi riportino alla realtà&#8221;. A parlare così è Tiziano Ferro, che si racconta dalle pagine dell&#8217;ultimo numero di <em>Grazia</em>. &#8220;La mia paura più grande è sempre stata quella di perdere il contatto con il mondo reale &#8211; continua il cantante di Latina &#8211; Non volevo ritrovarmi a 30 anni senza sapere come si fa un caffè o come si carica una lavatrice&#8221;.</p>
<p><strong>Ferro è attualmente </strong>impegnato nelle riprese dell&#8217;ultimo videoclip, Indietro, uno dei singoli tratti dall&#8217;album Alla mia età. Il video è ispirato alla serie dei film di 007: sul set il cantante indossa lo smoking versione James Bond e salta da una fuoriserie a un elicottero sullo sfondo di una villa con vista sul lago di Garda. Non poteva, ovviamente, mancare una &#8220;Bond Girl&#8221; d&#8217;eccezione: Kelly Rowland, ex Destiny&#8217;s Child.</p>
<p><span id="more-367"></span><strong>Il ventinovenne interprete </strong>di &#8216;Sere Nere&#8217;, che ha venduto già cinque milioni di dischi nel mondo, rivela di avere uno stile di vita estremamente sobrio, e di averlo adottato come antidoto alle seduzioni dello showbusiness: &#8220;Ho una casa normalissima: un appartamento con due camere da letto. Non sono né su Facebook, né su MySpace. E non ho nemmeno la televisione&#8221;.</p>
<p><strong>Ferro confessa di avere </strong>una sola, autentica debolezza, il cibo: &#8220;Per me il cibo è una delle passioni più grandi. Invidio le persone che riescono ad appassionarsi a uno stile di vita morigerato. Io, invece, devo alternarlo a momenti di rilassamento totale. Sennò, non ce la faccio&#8221;. E alla domanda su come si trova ai fornelli, Tiziano Ferro se la cava con una battuta: &#8220;Non so cucinare, ma sono un maestro del microonde. Conosco alla perfezione i tempi. E, credetemi, non è facile!&#8221;</p>
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		<title>Facebook va a vendersi a Davos, con i sondaggi</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2009 09:49:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Facebook potrebbe aver trovato il modo di produrre ricchezza.&#8221;
Facebook continua a cercare modi di ottimizzare i suoi introiti pubblicitari. In occasione del World Economic Forumd i Davos, ha inaugurato uno strumento che potrebbe rivelarsi molto interessante.
Grazie a sondaggi mirati, nel tempo e nella localizzazione, infatti, l&#8217;azienda è riuscita a dimostrare che i suoi sondaggi possono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Facebook potrebbe aver trovato il modo di produrre ricchezza.&#8221;</em></p>
<p align="justify">Facebook continua a cercare modi di ottimizzare i suoi introiti pubblicitari. In occasione del World Economic Forumd i Davos, ha inaugurato uno strumento che potrebbe rivelarsi molto interessante.</p>
<p align="justify">Grazie a <strong>sondaggi mirati, nel tempo e nella localizzazione</strong>, infatti, l&#8217;azienda è riuscita a dimostrare che i suoi sondaggi possono produrre risposte interessanti in tempi brevissimi. È bastato diffondere le domande al momento giusto, e limitarne la diffusione, per produrre risultati velocissimi.</p>
<p align="justify"><span id="more-317"></span>A chi servono questi risultati? <strong>I tanti &#8220;pezzi grossi&#8221; presenti a Davos ne sono stati deliziati</strong>, a quanto dice Randi Zuckerberg, sorella di Mark e responsabile del marketing per Facebook.</p>
<p align="justify">Intervistata dal <strong>Sunday Telegrapah</strong>, la giovanissima (24 anni) dirigente &#8220;Davos è un posto chiave per lanciare strumenti istantanei come questo&#8221;, e poi aggiunge &#8220;molti mi hanno detto che sarebbe un strumento incredibile per il loro business&#8221;.</p>
<p align="justify">Questi strumenti, infatti, sembrerebbero lo strumento perfetto per raccogliere informazioni personali, gusti e abitudini da più di <strong>150 milioni di utenti</strong>, che rappresenterebbero <strong>un feedback in tempo reale, affidabile ed inestimabile, per le aziende</strong>.</p>
<p align="justify">Alcuni esempi ci sono già stati in passato, come quell&#8217;azienda che ha deciso di annullare il ritiro di un prodotto, dando retta ad un sondaggio FB,e poi ne ha venduti milioni e milioni.</p>
<p align="justify">La valutazione di alcuni mesi fa, 15 miliardi di dollari, <strong>continua a sembrare ridicola</strong>. Però questa novità è davvero interessante: da una parte abbiamo la scelta di eventi chiave per la promozione, e Davos è certamente un&#8217;occasione perfetta per incontrare molte persone influenti e mostrare le potenzialità del prodotto.</p>
<p align="justify">Dall&#8217;altra, il potenziale &#8220;<strong>mercato delle opinioni e dei dati personali</strong>&#8221; potrebbe davvero decollare con i sondaggi, che gli utenti potrebbero persino trovare un passatempo divertente, e <strong>trasformarsi in una miniera d&#8217;oro</strong>. A proposito di sondaggi, ricordiamo che gli utenti di Facebook non li possono più inserire da qualche tempo, in favore della stessa azienda e di partner autorizzati.</p>
<p align="justify">Certo, per ora si fanno i conti senza l&#8217;oste, o meglio, senza Google.</p>
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		<title>Pompili: &#8220;Attenti a Facebook, nasconde insidie&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 14:33:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Di Giacomo Galeazzi
Fonte: LA STAMPA.it
Il portavoce dei vescovi chiede che &#8220;i cattolici siano riconoscibili in Rete&#8221; e che i &#8220;social networks siano maneggiati con cura&#8221;
Il portavoce della Conferenza episcopale italiana, don Domenico Pompili, invita la Chiesa a interrogarsi su fenomeni di «individualismo interconnesso» come Facebook. «Mi chiedo in che modo questo individualismo interconnesso ridisegna il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Giacomo Galeazzi</strong></p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=242&amp;ID_articolo=110&amp;ID_sezione=524&amp;sezione=" target="_blank"><strong>Fonte: LA STAMPA.it</strong></a></p>
<p><strong>Il portavoce dei vescovi chiede che &#8220;i cattolici siano riconoscibili in Rete&#8221; e che i &#8220;social networks siano maneggiati con cura&#8221;</strong></p>
<p>Il portavoce della Conferenza episcopale italiana, don Domenico Pompili, invita la Chiesa a interrogarsi su fenomeni di «individualismo interconnesso» come Facebook. «Mi chiedo in che modo questo individualismo interconnesso ridisegna il territorio umano e dunque la dinamica relazionale», ha detto il sacerdote introducendo il convegno &#8216;Chiesa in rete 2.0&#8242; che, su iniziativa dell&#8217;ufficio Cei per le comunicazioni sociali si svolge oggi e domani a Roma. Don Pompili ha rilevato l&#8217;esistenza di un «nuovo individualismo che cresce e che il sociologo spagnolo Castells non ha esitato a definire &#8216;networked individualism&#8217; per evocare singoli che rescindono i legami con il territorio circostante, salvo poi moltiplicare le connessioni, magari su Facebook».</p>
<p><span id="more-303"></span>«Non vi è dubbio che ci siano in giro difensori entusiasti del virtuale che tendono a minimizzare il suo impatto, così come vi sono ostinati detrattori del virtuale che vorrebbe descriverlo necessariamente come antitesi all&#8217;umano», ha proseguito il sacerdote. «Non vi è dubbio che è cresciuto il rapporto con la Rete, ma la domanda resta: come dobbiamo essere noi stessi, fino in fondo, senza per questo assumere uno stile linguistico desueto, quando non tautologico, cioè ripetitivo?». Ad Assisi nel 2000 ci si incontrò la prima volta per prendere atto &#8211; come si disse &#8211; di un&#8217;attenzione diffusa e consistente del mondo cattolico verso le nuove tecnologie. E così a seguire nel 2001 a Roma e nel 2002 a Milano all&#8217;interno di un approfondito convegno, intitolato &#8220;Internet: un nuovo forum per proclamare il Vangelo. Le opportunità della rete per incontrare l&#8217;uomo di oggi&#8221;, si volle tornare sulla questione che cominciava a suscitare non più semplice curiosità, ma ormai a modificare il nostro vivere quotidiano. Non sono mancati peraltro in questi anni pertinenti pronunciamenti da parte del Magistero. Ultimo in ordine di tempo, l&#8217;annunciato Messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali:&#8221;Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia&#8221; che lascia chiaramente immaginare &#8211; e in modo dichiaratamente pro-positivo &#8211; che in questo ambito si gioca una partita importante dell&#8217;umano. E oggi siamo di nuovo insieme perché siamo ormai al tempo del Web 2.0. Siamo passati cioè dalla semplice fruizione di contenuti elaborati da altri (come avveniva sostanzialmente nel Web 1.0) alla costruzione e condivisione degli stessi (come suggerisce l&#8217;esplosione dei blog), per arrivare ai nostri giorni in cui si assiste alla realizzazione di un &#8220;reale universo virtuale&#8221;, non necessariamente alternativo al mondo fisico reale. Era dunque tempo di rivedersi, anche se solo dopo pochi anni, ma quasi un&#8217;era geologica in questo ambito. E rifare il punto. 2. Digital native e digital immigrant Lo faremo il punto peraltro a partire da una consapevolezza. Questa: noi non siamo &#8211; secondo la nota metafora di Marc Prensky &#8211; dei digital native, come tutti i bambini che sono nati dopo la diffusione di Internet, in pratica i nostri teenagers. Noi siamo probabilmente le ultime generazioni dell&#8217;era Gutemberg &#8211; appunto degli ‘immigranti digitali&#8217; &#8211; perché non siamo nati in una società multischermo e non siamo cresciuti, alimentandoci a questa nuova modalità di ‘fare esperienza&#8217;, che plasma l&#8217;intelligenza ed orienta la stessa dinamica affettivo-relazionale. Quel che potrebbe essere uno svantaggio &#8211; e in parte tale rimane &#8211; potrebbe però rivelarsi, a ben guardare, un vantaggio per entrare in maniera più critica ed avvertita dentro un mondo decisivo. Del resto &#8220;sempre, là dove le conquiste tecniche iniziano a intervenire, modificandoli, sugli stili di vita, si sviluppa rapidamente attorno ad esse una certa aura di sacralità. Non c&#8217;è da meravigliarsi: lo sbalordimento, la confusione, e certo anche la paura che da esse proviene rispondono ai criteri basilari della fenomenologia religiosa: agiscono come Fascinosum e Tremendum&#8221;, ha scritto Klaus Müller (cfr. A. FABRIS, Etica del virtuale, Milano 2007, 35). Proprio la nostra condizione di immigranti digitali ci aiuterà a valutare meglio questa nuova condizione, confermando l&#8217;intuizione di Kierkegaard per il quale essere davvero contemporanei richiede una sorta di distanza dall&#8217;oggetto, senza lasciarci appiattire su di esso. 3. Tre domande Vorrei per concludere questo mio saluto introduttivo, confidarvi le domande che ho portato con me per oggi e domani. Sostanzialmente sono tre e mi auguro che l&#8217;ascolto dei relatori di sicuro prestigio e la condivisione che certo non mancherà aiuteranno a dipanare qualche matassa che sta dietro alle mie interrogazioni personali. La prima verte comprensibilmente sulla relazione tra virtuale e reale. E suona così: è giusto continuare a contrapporre il virtuale al reale? E d&#8217;altra parte in che modo le due esperienze, obiettivamente diverse, possono integrarsi? Non vi è dubbio che ci siano in giro difensori entusiasti del virtuale che tendono a minimizzare il suo impatto, così come vi sono ostinati detrattori del virtuale che vorrebbe descriverlo necessariamente come antitesi all&#8217;umano. La seconda domanda è relativa a questo nuovo individualismo che cresce e che il sociologo spagnolo Castells non ha esitato a definire ‘networked individualism&#8217; per evocare singoli che rescindono i legami con il territorio circostante, salvo poi moltiplicare le connessioni, magari su Facebook. Mi chiedo in che modo questo individualismo interconnesso ridisegna il territorio umano e dunque la dinamica relazionale? La terza domanda &#8211; e qui mi spingo dichiaratamente dentro il contesto ecclesiale &#8211; è quella che si muove tra identità e linguaggi. Mi chiedo cioè in che modo è possibile avere in Rete una fisionomia riconoscibile senza per questo assumere linguaggi scontati o peggio indecifrabili? Non vi è dubbio che &#8211; come sicuramente ci attesterà anche la ricerca di Internet e Parrocchia &#8211; è cresciuto il rapporto con la Rete, ma la domanda resta: come dobbiamo essere noi stessi, fino in fondo, senza per questo assumere uno stile linguistico desueto, quando non tautologico, cioè ripetitivo? Concludo. Mi ha colpito un&#8217;affermazione di Robert Delaunay, citata da Merleau-Ponty nell&#8217;Occhio e lo spirito: &#8220;Sono a Pietroburgo nel mio letto; a Parigi i miei occhi vedono il sole&#8221; (cfr. R., DIODATO, Estetica del virtuale, Milano, 2005). Le ore trascorse in questo nuovo ed accogliente Auditorium ci diano modo &#8211; questo il mio augurio &#8211; di ricomporre il puzzle della nostra esistenza e perfino della nostra corporeità, mettendo di nuovo insieme almeno i piedi e gli occhi.</p>
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		<title>Il rischio di Facebook</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 11:39:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Di Marco Minghetti
Fonte: Il Sole 24 ORE.com
Nel momento in cui scrivo ho più di 800 amici su Facebook. Sono presente qui da circa un anno, partecipo all&#8217;attività di diversi gruppi, pubblico regolarmente materiali sulla mia bacheca, interagisco con molte persone anche utilizzando il servizio mail soprattutto per motivi professionali. Questo per chiarire fin da subito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Marco Minghetti</strong></p>
<p><strong>Fonte: </strong><a href="http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2008/12/il-rischio-di-f.html" target="_blank"><strong>Il Sole 24 ORE.com</strong></a></p>
<p>Nel momento in cui scrivo ho più di 800 amici su Facebook. Sono presente qui da circa un anno, partecipo all&#8217;attività di diversi gruppi, pubblico regolarmente materiali sulla mia bacheca, interagisco con molte persone anche utilizzando il servizio mail soprattutto per motivi professionali. Questo per chiarire fin da subito che io Facebook lo uso e credo sia un mezzo che non ha ancora dispiegato tutte le sue reali potenzialità. Vorrei tuttavia mettere in luce la &#8220;dark side&#8221; del Fenomeno Facebook, il potenziale rischio che ne sottende un uso acritico, riprendendo alcune riflessioni proposte nel centoventiquattresimo Episodio de Le Aziende In-visibili.</p>
<p><a id="more"></a><span id="more-277"></span>L&#8217;Analogico e il Digitale, questo il titolo dell&#8217;Episodio, è incentrato su un dialogo fra la Psicologa Sintetica della omnipervasiva Corporation, all&#8217;interno della quale è ambientato il romanzo, e il Direttore del Personale Sam Deckard. La donna racconta delle battaglie che ha dovuto sostenere la Corporation per mantenere la sua supremazia nel corso del tempo. Analogamente alla &#8220;Teodora&#8221; de Le Città Invisibili di Italo Calvino (cui l&#8217;Episodio è ispirato), assalita da condor, serpenti, mosche, termiti e tarli, la grande azienda ha dovuto sgominare sempre nuovi nemici, ovvero modelli mentali ed archetipi, che ne hanno minato le fondamenta.<br />
Il Primo Nemico che la Corporation ha dovuto affrontare è nato quando Magritte ha messo in evidenza la necessità di uno spazio fra la realtà e la sua rappresentazione.</p>
<p>&#8220;Vede Deckard -mi diceva, sferruzzando all&#8217;uncinetto mentre ondeggiava placidamente su una sedia a dondolo- invasioni ricorrenti hanno travagliato la Corporation nei secoli della sua storia; a ogni Nemico sgominato un altro prendeva forza e ne minacciava la sopravvivenza. Naturalmente non parlo di aggressioni fisiche, ma spirituali. Di modelli mentali, di schemi cognitivi, di archetipi che nel corso del tempo hanno minato le fondamenta della nostra azienda. Uno degli assalti più formidabili fu sferrato da Magritte. Tutti conosciamo quel dipinto che rappresenta una pipa e in cui nello stesso tempo ci si dice: «Questa non è una pipa». Veramente ha ragione il quadro: ciò che ha disegnato Magritte non è una pipa, ma una sua rappresentazione.&#8221;<br />
&#8220;Magritte indica lo spazio fra oggetto e rappresentazione: lo spazio dell&#8217;arte.&#8221;<br />
&#8220;Esatto. Capisce la pericolosità dell&#8217;assunto. Se accettassimo anche in azienda l&#8217;idea che ogni procedura, ogni best practice, ogni organigramma è interpretabile individualmente, dove andremmo a finire? Sarebbe il caos&#8221;<br />
&#8220;Dunque?&#8221;</p>
<p>La psicologa ribadisce il rischio dell&#8217;interpretazione individuale nel contesto aziendale (metafora di quello politico-sociale più ampiamente inteso), poiché se ogni organigramma, ogni best practice, ogni ordine di servizio fosse suscettibile di valutazione e quindi di critica da parte della singolarità, il modello &#8220;perfetto&#8221; ed univoco dello scientific management su cui la Corporation si regge verrebbe messo in discussione e la sua rigidità intrinseca si rivelerebbe fatale.<br />
La soluzione proposta dal fordismo che la Psicologa rappresenta è appunto quella di abbattere il Nemico tramite il &#8220;real-time&#8221;, ossia la sincronizzazione del tempo che ha la meglio sullo spazio dell&#8217;arte. La Corporation si propone di sovvenzionare artisti a patto che le loro opere riproducano nei minimi particolari il reale. Presentandolo senza rappresentarlo.</p>
<p>&#8220;Dunque la Corporation ha reagito creando l&#8217;Istituto Mondiale per l&#8217;Arte Contemporanea. Grazie agli ingenti investimenti profusi, l&#8217;Arte sostanziale di un tempo, che si esprimeva attraverso l&#8217;architettura, la musica, la scultura, ha subito una progressiva deriva verso un&#8217;Arte meramente accidentale che ha sconvolto le forme della rappresentazione degli oggetti e dei fenomeni, a favore di una loro immediata presentazione, in cui un tempo superficiale, il real time, sincronico ed immediato, ha definitivamente la meglio sullo spazio, lo spazio profondo, diacronico, sostanziale ed immaginario delle grandi opere d&#8217;arte, sia letterarie che plastiche. Quando l&#8217;artista contemporaneo, da noi sovvenzionato, realizza, poniamo, una still life della propria camera da letto non reinventandola immaginificamente, come Van Gogh, ma riproducendola, con una installazione, nei minimi dettagli, specie i più sordidi, uccide lo spazio della creatività. Poiché, appunto, la presenta senza rappresentarla. Contribuisce così alla affermazione di un modello mentale coerente con il dogmatismo monodimensionale dello scientific management.&#8221;<br />
Non potevo credere alle mie orecchie. Gettai uno sguardo al manichino, quasi a verificare quale fosse la sua opinione circa la sanità mentale dell&#8217;autrice di quelle poco sensate dichiarazioni. Immerso nella vista degli edifici urbani che apparivano fuori dalla finestra, silenzioso ed ineffabile, non mi sembrò propenso ad esprimersi in merito.&#8221;</p>
<p>Il Secondo è più potente Nemico della Corporation è sorto dall&#8217;affermazione della New Economy prima e della Wikinomics, poi.</p>
<p>&#8220;Sgombrato il campo dall&#8217;Arte Moderna, la Corporation dovette affrontare un nuovo nemico: l&#8217;avvento di Intranet e della realtà virtuale. Imprevedibili nuovi spazi per l&#8217;espressione personale e la fantasia si erano aperti. L&#8217;organizzazione del mondo, ovvero della Corporation, per qualche attimo terribile, scricchiolò&#8221;.<br />
Si interruppe.<br />
Aveva finito la lana. Si alzò, aprì la vetrinetta di un armadio e afferrò un gomitolo -‘o gnommero&#8217;, avrebbe detto mio nonno, che, secondo quanto raccontava mio padre quando ero piccolo, usava assumerlo a mistico emblema del garbuglio universale &#8211; che non era appoggiato ad alcun ripiano. &#8220;Dove sta il trucco?&#8221;, mi chiesi, prima di accingermi ad ascoltare il seguito, per capire fino a che punto la donna era andata fuori di testa.<br />
Dopo essere tornata a sedere, riprese a parlare. &#8220;Ma prendemmo ben presto le contromisure. Prima facemmo in modo che la bolla della New Economy si gonfiasse a dismisura fino a scoppiare. Ecco il bel risultato che si ottiene volendo guidare perdendo il controllo! Poi entrammo direttamente in campo nemico. Cominciammo l&#8217;invasione dei mondi alternativi che proliferavano in Rete. Già oggi, quelle che erano nate come realtà immaginarie, sono sempre più riproduzioni digitali in scala 1:1 del nostro mondo. Ma soprattutto stiamo brevettando un nuovo software che coniuga la potenza di Google Earth e quella di una Playstation. Tramite questo software si può entrare, poniamo, nel Taj Mahal, osservare i video professionali del &#8216;National Geographic&#8217; (o quelli dei turisti che lo hanno visitato), scoprire la storia nei dettagli grazie a un collegamento diretto a Wikipedia e ad altri testi in digitale &#8216;caricati&#8217; accanto alle immagini (satellitari e non) del Taj Mahal. Insomma, questo nuovo prodotto non permette solo di vedere i luoghi ma anche di viverli&#8221;.<br />
&#8220;E siamo solo agli inizi. Entro pochi anni nascerà qualcosa di molto simile al Metaverso, descritto dallo scienziato Neil Stephenson nel saggio &#8216;Snow Crash&#8217; del 1992, ormai un classico della letteratura tecnologica. Il Metaverso era una città virtuale dalla dimensione di un pianeta, abitata da 120 milioni di avatar. Il mondo in 3D realizzato con il nostro nuovo software richiamerà la visione prospettata da Stephenson, ma andrà anche assai oltre: avrà lo stesso aspetto della realtà terrestre e funzionerà come piazza virtuale e porta d&#8217;accesso per ogni tipo di informazioni. Sarà anche accessibile sia attraverso le modalità immersive della realtà virtuale sia attraverso lo &#8217;spioncino&#8217; dello schermo di un cellulare. In questo modo un avatar potrà passeggiare tra le strade di Manhattan, assistere a un&#8217;opera all&#8217;interno della riproduzione della Scala o aggirarsi per un safari nella savana insieme ad altri avatar. Le Maldive saranno esplorabili dal divano di casa, così come gli scavi di Pompei o il Louvre. Esperienze virtuali perfette, rappresentazioni identiche in tutto e per tutto alla realtà diretta, lontane anni luce dalla irreale grafica tridimensionale di adesso.&#8221;<br />
&#8220;In uno scenario del genere, quindi, la linea di separazione fra realtà e mondo virtuale sarà sempre più sottile.&#8221;<br />
&#8220;Ambiti del Metaverso saranno sempre più strettamente ancorati alla vita concreta del pianeta e riguarderanno tutte le attività. La gente si muoverà senza soluzioni di continuità tra rappresentazioni del mondo vero e rappresentazioni di mondi fantastici, fra i due, anzi, non ci sarà più differenza&#8221;.<br />
&#8220;State insomma eliminando il meraviglioso, l&#8217;immaginario, l&#8217;onirico, il favoloso anche dagli schermi e dalle memorie dei computer.&#8221;<br />
&#8220;Si, e per questo appoggiamo la deriva attuale del social networking: MySpace, YouTube, Facebook, Flickr, Vimeo, Del.icio.us, Digg&#8230; Tutti fenomeni sostenuti in maniera occulta dalla Corporation. Anche queste declinazioni internettiane del reality show televisivo non sono più rappresentazioni ma mere descrizioni della realtà, specialmente quella più insulsa, dozzinale, squallida.&#8221;<br />
Cominciavo a rendermi conto che quella follia aveva un metodo. L&#8217;irrealtà del banale aveva vinto sull&#8217;irrealtà del soprannaturale. Il lusso del futuro, pensai, sarà la possibilità di vivere la vita reale attraverso forme di esperienza originali, eccitanti, strane, singolari. Ma soprattutto concrete, tangibili, assaggiabili, odorabili, propriamente umane. Annichilito, rimasi in silenzio.<br />
&#8220;Ma il vero trionfo del digitale è l&#8217;affermazione del porno senza grafia, fruibile ormai anche dal proprio salotto attraverso i canali satellitari: gli odierni film porno sono presentazioni esplicite dei rapporti sessuali, senza erotismo, senza magia, senza significato. Le vere protagoniste non sono neppure più le pornostar, ma le casalinghe, le ragazze della porta accanto. Più anonime sono, più successo hanno.&#8221;<br />
&#8220;Si è realizzata la profezia di Borges al contrario: Uqbar è stata invasa dal mondo reale e non viceversa.&#8221;, riuscii a sussurrare.<br />
&#8220;Allo stesso modo si è clamorosamente sbagliato Baudrillard: il delitto perfetto lo ha perpetrato la realtà contro la fantasia. Il virtualismo digitale ha semplicemente consentito di assistere alla presentazione del reale senza andare a vedere sul posto. Ha eliminato il rischio connesso all&#8217;esserci veramente. Ma anche al pensare veramente, che è sempre un interpretare. Questo percepire senza esserci veramente definisce un mondo di diniego nel quale ormai si cerca meno di vedere che di essere visti da tutti nel medesimo istante secondo le medesime modalità. Si è così giunti all&#8217;affermazione quasi definitiva del modus operandi dello scientific management, l&#8217;omologazione coatta al Pensiero Unico, che ha avuto l&#8217;astuzia di usare gli strumenti dell&#8217;Avversario, rivoltandoglieli contro&#8221;.<br />
&#8220;Quasi?&#8221;&#8230;..</p>
<p>L&#8217;Episodio si conclude descrivendo l&#8217;avvento dell&#8217;Organizational Storytelling, applicato da Bush prima e da Obama poi per vincere le elezioni presidenziali negli USA, come modalità definitiva scelta anche in azienda per l&#8217;affermazione di un modello di pensiero omologante e univoco. Ciò che il romanzo non sottolinea (anche perché è stato scritto un anno prima dell&#8217;affermazione di Obama) è che lo Storytelling del nuovo Presidente degli Stati Uniti si è dimostrato vincente anche perché ha saputo cogliere le potenzialità di Facebook nella narrazione della sua particolare visione della storia e della società. La morale è chiara: nell&#8217;era della convergenza e della crossmedialità, l&#8217;adozione del digitale come sistema d&#8217;unificazione d&#8217;ogni descrizione del contenuto, la pratica di sinergie crossmediali come moltiplicatore delle economie di scala ed infine l&#8217;industrializzazione della convergenza sui terminali d&#8217;uso consentirà il controllo totale sul pensiero, l&#8217;immaginazione, la creatività ed in ultima analisi sulla realtà. Un controllo che nel mondo analogico era frammentato in mille interruzioni, sia nella codifica del contenuto, sia nella manipolazione e confezione, sia nella sua fruizione e che oggi invece è globale, totalizzante, Unico.<br />
Sotto questo profilo il Fenomeno Facebook è illuminante. In molti si sono esercitati ad individuare le possibili ragioni del suo successo, ma di certo il vantaggio competitivo fondamentale è stato dato dal fatto che con Facebook si è passati dalla rappresentazione del sé sotto forme narrative (nickname, avatar, false identità) alla rappresentazione del sé senza alcuna mediazione interpretativa. Giustamente Francesco Morace in &#8220;Consum-Autori&#8221;, sostiene che &#8220;il progetto digitale&#8221; che meglio rappresenta la generazione dei 20-35enni, definiti &#8220;individualisti, egocentrici, narcisisti e consumisti&#8221; è appunto Facebook. Lo strumento che meglio di ogni altri ha saputo interpretare la insopprimibile esigenza contemporanea dell&#8221;individualismo di massa&#8221;, può venire sfruttato magnificamente da tutti coloro che, a vari livelli, hanno interesse a mantenere quella che Bauman definisce la tendenza al totalitarismo della modernità tradizionale, &#8220;solida&#8221;, in quanto &#8220;nemico giurato della contingenza, della varietà, dell&#8217;ambivalenza&#8221; e che &#8220;riduce le attività umane a movimenti semplici, standardizzati e in grande misura preprogrammati, da seguire ubbidientemente e meccanicamente&#8221;.<br />
Oggetto della critica è dunque il paradigma imprenditoriale tradizionale, il cosiddetto scientific management, che pur mostrandosi del tutto inadatto a offrire letture convincenti dell&#8217;impresa e strumenti operativi efficaci per la sua conduzione, è diventato il paradigma mentale che regola la gran parte delle relazioni sociali anche extra-aziendali. Per usare un riferimento biblico utilizzato da Bauman, gli scientific manager come molti &#8220;scientific politicians&#8221; agiscono ancora nell&#8217;ottica del &#8220;discorso di Giosuè&#8221;, per cui il mondo è &#8220;centralmente organizzato, rigidamente delimitato e istericamente ossessionato dal creare confini impenetrabili&#8221;. Puntano sull&#8217;affermazione di un modello basato sull&#8217;opposizione fra controllori e controllati, nonché fra pianificazione e controllo, su comando ed esecuzione, sulla divisione del lavoro fra funzioni, unità organizzative e singole &#8220;risorse&#8221; umane, sulla competitività esasperata all&#8217;interno dell&#8217;impresa e sul mercato fra le imprese stesse, sull&#8217;omologazione imposta all&#8217;unicità creativa. Appare evidente la stridente inadeguatezza di un tale procedere al cospetto di un mondo ‘complesso&#8217;, liquido, in rapido e continuo mutamento nel tempo e nello spazio. E vero che, ha scritto più recentemente lo stesso Bauman, si sta per certi versi verificando &#8220;la rivoluzione manageriale, ‘fase due&#8217;, surrettiziamente condotta all&#8217;insegna del ‘neoliberalismo&#8217;: i dirigenti sono passati dalla ‘regolazione normativa&#8217; alla ‘seduzione&#8217;, dal controllo quotidiano alle pubbliche relazioni, dall&#8217;imperturbabile, iperregolato e routinario modello di potere panoptico, al dominio esercitato attraverso l&#8217;incertezza diffusa e sfocata, attraverso la precarietà e uno sconvolgimento incessante e scombinato della routine&#8221;. Ma il problema è che &#8220;la fase due&#8221; della rivoluzione manageriale convive con la &#8220;fase uno&#8221; sia pure in maniera schizofrenica, contradditoria, irrazionale. E poi, in definitiva, le due &#8220;rivoluzioni&#8221; portano in sostanza al medesimo esito, la scomparsa delle distinzioni, dunque delle diversità: l&#8217;una perché fondata sulla one best way, l&#8217;altra perché fa dell&#8217;incertezza generale una notte in cui tutte le vacche sono nere. E così accade specularmente in Facebook, dove, quando hai raggiunto la mitica quota di 5.000 amici, ti domandi se ha ancora un senso parlare di amicizia.<br />
Se è vero che essere individuo equivale ad accettare una responsabilità inalienabile per l&#8217;andamento e le conseguenze delle interazioni sviluppate con gli altri, a partire da quelle amicali, è difficile non vedere come l&#8217;esistenza contemporanea sia sempre più pericolosamente in bilico fra una condizione di permanente connettività fra simulacri &#8211; tramite cellulari, e-mail, chat e i social network come Facebook &#8211; ed una fruizione delle immagini create dalle tecnologie della comunicazione che conduce al limite del solipsismo. Tornano a noi, il punto allora diventa: è possibile un uso di Facebook &#8220;analogico&#8221; e non &#8220;digitale&#8221;? Può essere Facebook uno strumento utile a supportare le basi della piena auto-consapevolezza perché fondata sulla relazione personale, diretta, intima e rinnovata ogni giorno con l&#8217;altro? Può aiutare a ricostruire quello spazio necessario fra la realtà e la coscienza individuale e collettiva, necessario per farvi risiedere e sviluppare lo spirito critico, la creatività, l&#8217;innovazione? Come il Deckard del romanzo io voglio sperare di si:</p>
<p>&#8220;Il soliloquio della Psicologa era ormai inarrestabile: inondava l&#8217;ufficio, la Corporation, l&#8217;universo. Eppure da qualche parte, dentro di me, restava l&#8217;incrollabile fiducia nella possibilità di dare un vero significato alla identità molteplice ed in continua evoluzione dell&#8217;azienda attraverso lo sviluppo di ogni singolo partecipante alla sua vita. Sapevo che la ricerca di senso autentico è un bisogno inestirpabile dell&#8217;essere umano: come dimostra l&#8217;evoluzione plurimillenaria della poesia, di tutte le discipline artistiche, della filosofia, della teologia, della fantascienza. Se lo scientific management è digitale, pensai, deve essere possibile uno humanistic management analogico.&#8221;</p>
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		<title>Fronte Bolognese NO-Face-Book</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 23:03:13 +0000</pubDate>
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Fronte Bolognese NO-Face-Book
Il fronte bolognese anti-face-book si è costituito spontaneamente in data 21 novembre 2008.
Obiettivo: contrastare la nuova forma di controllo biologico delle persone ideata da un ignaro studente di nome Mark Zuckerberg. La volontà del fronte è di creare un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Bologna fodato il &#8220;Fronte Bolognese NO-Face-Book&#8221;, pubblichiamo il primo comunicato al quale seguiranno degli approfondimenti.</p>
<p><strong>Fronte Bolognese NO-Face-Book</strong></p>
<p>Il fronte bolognese anti-face-book si è costituito spontaneamente in data 21 novembre 2008.</p>
<p>Obiettivo: contrastare la nuova forma di controllo biologico delle persone ideata da un ignaro studente di nome Mark Zuckerberg. La volontà del fronte è di creare un solido muro contro l&#8217;auto-promozione on-line che rende più lontani di quanto non si creda, che crea l&#8217;illusione di essere vicino ai propri cari solo perchè si accede a dettagli minuziosi della loro vita in tempo reale. Credete di avere rapporti umani aggiornando il vostro profilo on-line? Questo modo innovativo &#8220;per alleviare i vuoti esistenziali della vita moderna&#8221; è confermato dalla tesi di Twenge che osserva un forte aumento dell&#8217;uso di termini auto-referenziali come &#8220;io&#8221;, &#8220;me&#8221; &#8220;me stesso&#8221;. Se l&#8217;uomo moderno come diceva Schopenhauer è destinato a oscillare tra la disperazione e la noia, noi vogliamo che la nostra noia sia privata, vogliamo essere liberi di scegliere se condividerla, vogliamo avere il diritto di scegliere se far parte del network anche indirettamente, vogliamo sottrarci al controllo.</p>
<p><span id="more-240"></span>Per la stragrande maggioranza di voi che vivete freneticamente in un universo frammentato, il week-end, al termine di una settimana di studio/lavoro serve solo a prendere coscienza dell&#8217;enorme vuoto della vostra esistenza. Come già sostenuto in &#8220;Biocapitalismo&#8221; il tempo che si spende sulla rete,aggiornando il vostro myspace o il vostro facebook è tempo prezioso, non solo per voi, ma soprattutto per chi da questi mezzi ne ricava un profitto. Pensateci bene: oltre alla cura di voi stessi e al vostro primo lavoro, tutti fate un terzo lavoro( Codeluppi, 2008), quando parlando di voi diventate oggetto di marketing aziendale. Fate parte della Me-Generation o della generazione &#8220;Guardami&#8221;, che ne direste di crescere? Le nostre identità frammentate, precarie, adesso sono anche catalogate, che cos&#8217;è face-book se non un nuovo modo di catalogarci per gusti, per generi musicali, per scuola che abbiamo frequentato? Il lavoro di promozione fatto da VOI per facebook, noi ci risparmiamo di farlo, convinti che le nostre vite possano ambire a un modo (non migliore) ma più vero di essere vissute.</p>
<p>Questo è un comunicato per riappropriarsi in tempo reale della vita reale!</p>
<p>Per Informazioni: <a href="mailto:aida77@inwind.it">aida77@inwind.it</a></p>
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